La gabbia fredda

[Martedì, 24 Agosto, 2010]

Se non mangi, mangerai
Se non scrivi, morirai

Una pagina bianca di un blog è dura come il primo allenamento di una nuova stagione. Assomiglia ad uno specchio assopito nella penombra di una sera bollente tardo-estiva, quando non ti muovi e la tua fronte cola, e il ricordo del freddo sembra impossibile. Non ti guardi allo specchio. Lo specchio non riflette, o forse non riesci a vederne bene i contorni.

O, più semplicemente, non guardi lo specchio per timore di incontrare uno sguardo diverso da quello che aspetti. Immobile, inizi a ricordare come tutte le partenze sono difficili, ed è la difficoltà che le rende speciali. E che ti rende vivo.

Inizi a sospettare che il famigerato blocco dello scrittore esista non solo nelle fantasie dei grandi letterati e di chi ha il talento e la disciplina per raccontar storie, ma sia presente anche nelle piccolezze di un blog e di chi tenta di raccontare non solo pensieri, ma anche forme.

[Venerdì, 27 Agosto, 2010]

Ho deciso, lo faccio
Questo foglio lo straccio

La prima visita del Sensei nei tuoi muscoli striati ti arricchisce di una pletora di sensazioni, alcune già vissute e riposte nell’armadio dei ricordi, altre già vissute e sempre nuove.

Corda.

Un balletto – grazia, forza ed elasticità – su lame incandescenti, dove il senso del tempo viene alterato esponenzialmente. Dieci secondi, poi altri dieci, poi altri dieci. Il primo minuto viene completato a fatica. Ce ne sono altri.

La grazia e l’elasticità vengono meno, mentre le parole del Sensei nella tua mente iniziano a colorarsi del riverbero della fatica che non riesci a scacciare, ma a rimandare di qualche secondo prezioso, fino al suono liberatorio della campana vicino al ring.

Finita una campana, ce n’è un’altra. E poi un’altra. Respira. Recupera. Respira. Il respiro è vita, pensi, e il Sensei te lo legge sul volto. “Respira correttamente“.

Kihon.

Hai il terrore di sbagliare. Una gabbia fredda dentro un’altra gabbia fredda, quella di non esprimere sensazioni esplosive nella giusta maniera. Forse il tuo scrivere è solo uno stereotipo, un’immagine nella mente che non trova corrispettivo nel mondo reale ma solo in te stesso. Gabba che scrive poesie alle elementari e alle medie, che scrive canzoni da adolescente, che ne esegue altre da adulto. Forse solo un sogno sbagliato.

Heikō Dachi. Comandi. Inizio. I movimenti sono un po’ impacciati, e non acquistano precisione man mano che i minuti-come-ore trascorrono. Gabbia fredda dentro altra gabbia fredda. Rompere la gabbia fredda della staticità e rompere quella di una scrittura inutile. Due obiettivi ambiziosi. Due prigioni di ghiaccio da sciogliere.

Potenziamento.

Mentre pensi al tempo che ti separa dall’inizio di nuovo anno accademico Shinseikai, scorri nella mente, come diapositive in bianco e nero, le immagini e i suoni e le sensazioni che hai lasciato per due mesi e che ritroverai – in breve tempo – nel fatidico primo allenamento.

Le flessioni sono quasi dolorose, e capisci che sono un piccolo campione di quello che sarà il programma che ti aspetta. L’ora-come-giorno sembra non finire mai, così come sembrano senza fine i movimenti che scandisci con i numeri giapponesi. Quelli li ricordi bene, anche nel velato torpore della fatica.

Yame!

Ringrazi il Sensei per il tempo che ti ha dedicato, e continui ad essere preoccupato. Le parole non fluiscono. Il corpo non fluisce. Sei ancora dentro due gabbie. Fredde. Intuisci una relazione tra le due gabbie (parole-corpo) non meglio definita, e pensi che quando il corpo inizierà a sbloccarsi le parole seguiranno la fluidità che ti aspetti.

[Domenica, 29 Agosto, 2010]

Altro scritto, altro foglio
Nella gelida gabbia
Un granello, l’orgoglio
In tempesta di sabbia

L’orgoglio non riempie magicamente un foglio di carta vuoto, e non ti porta magicamente ad una buona sessione Shinseikai. Hai due finestre sul tuo schermo: la spiegazione tecnica del blocco dello scrittore su Wikipedia e il documentario con Nicholas Pettas sul Sumo che contiene il volto dello Yokozuna che riempie gran parte dello schermo.

Metti in secondo piano l’onanismo pseudoletterario per dedicare maggior attenzione alle parole dello Yokozuna, il Campione dei Campioni di Sumo. Capisci che il suo sguardo non trasuda orgoglio, ma dedizione. Le sue parole non contengono superbia, ma umiltà. I suoi occhi non trasmettono facili scorciatoie, ma sacrificio e costanza. E forse capisci che l’incapacità di scrivere è legata a doppio filo al desiderio di rimpicciolire l’EgOrgoglio e di esercitarsi. Talento come desiderio di allenarsi. Shinseikai, scrittura, desiderio.

Lentamente apri un’altra finestra. Inizi a scrivere.

Shinseikai V – Un racconto breve, parte 2.

E’ ora di svegliarsi, Gabba”.

La nuvola dell’inconscio sonnolento è ruvida e spessa, ma non abbastanza da impedirmi di ricordare l’incauta sostituzione della voce-Sveglia con la voce maschile di Falsoni, il clown-tenore più famoso di Bagnalia. 
Decido che la vera causa di ciò è da imputare ai miei problemi con le donne, e spero che questa rivelazione si sostanzi in un impeto di adrenalinica reazione che mi aiuti a scacciare le streghe del sonno. 
Nulla. 
La testa continua a centrifugare sabbia desertica in maniera inelegante, ma la paura di risentire la voce della Sveglia-maschio – peggiore della precedente caustica muliebre – mi fa azionare automaticamente il comando di spegnimento. 
Stavolta, però, mi sono fatto furbo: l’impostazione per interrompere la sequenza del risveglio non è più vocale. A quest’ora del mattino la voce non sarebbe riconoscibile neanche dalla mia vecchia,  figuriamoci dalla Sveglia. 
Batto le mani due volte e mezza, la Sveglia maschio acchiappa al volo l’occasione e con tipica solidarietà maschile spiattella senza ombra di pietà e misericordia le informazioni della giornata, incluse quelle inutili, per poi spegnersi indifferente. Tipico da maschio, ha fatto i suoi comodi e poi se ne va.
E’ un lunedì. Niente pausa asciutta, e se ci fosse stata, non sarei stato in grado di percepirla.
Il synthè continua a far schifo. Fa più schifo del solito. O forse i residui delle papille sono stanchi. Forse uscirò.

Non so se quello che hai scritto ti piace, ma hai cominciato. Hai cominciato a scrivere. Pieghi un angolo della bocca in una smorfia equivalente all’antenato preistorico di un sorriso, e continui. E così farai con la disciplina Shinseikai.

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