Sei gradi di turbolenza


1 – Ogni nuvola nera ha un riflesso d’argento.

Un sabato di nuvole, e caldo di settembre che te ne accorgi solo quando ti si è già appiccicato come un bacio non voluto. Inizio la giornata con i fragorosi rumori provocati dai bipedi e da qualche primate del mio sconveniente scondominio, inaspettati e fuori tempo, soprattutto alle seimenodieci di un sabato mattina. 
Che non è un sabato normale. 
E’ un sabato speciale. Un sabato in cui si condividono esperienze, insegnamenti, massime ed aforismi, sudore, qualche manata, un paio di segreti, alle volte qualche risatina collettiva. E quindi non mi arrabbio. Decido che la vita è troppo breve per prendermela con chi ha abitudini scarsamente civili, e mi godo il silenzioso respiro della mia famiglia che dorme. 
Cerco di rantolare silenziosamente verso i miei aggeggi che funzionano ad elettricità aspettandomi di  annegare nella serendipity della Rete, e poi mi blocco. 
Cambio idea.
E’ ora (antelucana) di pensare ad una strategia per l’allenamento di oggi. Tra i miei due emisferi palleggia un pensiero sentito nel Dojo, e riferito dal Maestro durante una sessione dello scorso anno: “Ogni match va studiato per bene, con una strategia precisa”. E, quando devo pensare, non posso completamente affidarmi a strumenti o frocerie tecnologiche in cui scorra energia elettrica. Nel mio lavoro cerco – da decenni – di utilizzare la metafora della storyboard per dare forma ai pensieri. Forse, credo, mi aiuterà anche in questo caso. Mi convinco. Prendo il foglio.
2 – Non solo non c’è alcun cucchiaio, ma il foglio di carta non è vuoto.
Caro il mio foglio riciclato, appartenevi ad un albero, ad una delle cose più belle ch’io abbia mai visto, e quindi cercherò di utilizzarti al meglio. Il tuo lato bianco mi guarda con ciclopico occhio di disprezzo, ma faccio finta di non aver visto. Non sarò in grado di scrivere il “Declino e caduta dell’impero romano” di Gibbon, ma prometto di usare la mia buona fede per tracciare segni che oggi siano in grado di aiutarmi. Ringrazio anticipatamente il foglio e mi trasformo in un plotter a grafica vettoriale.
Divido il foglio in sei sezioni. Numero le sezioni in arabica guisa, e traccio nella casella uno un punto di domanda. 
Qual è il tuo obiettivo?
Mmm. La domanda sembra facile. Prepararmi. A cosa? All’allenamento di oggi. Il Maestro si è espresso chiaramente, questo sabato si segue una delle tre K. Ed è il Kumite. Mi tornano in mente i tre concetti-fondamenta del Karate, anche inteso come disciplina formativa: Kihon (le basi), Kumite (lo sparring) ed i Kata (le forme). La K di questo sabato sarà il Kumite. Significa cervello acceso, sempre. E poi tutto il resto.
Passo alla casella numero due, e la mia mano traccia un altro punto interrogativo. I miei occhi lo guardano mentre la mente compone la domanda completa.
Come intendi perseguirlo?
Stavolta il punto gobbo rimane da solo un po’ di più. Pensa, Gabba, pensa. Inizio a scrivere qualche frase: “Gestisci il riscaldamento”, seguita da “Respira bene”, “Usa le combinazioni”, “Metti a frutto quello che stai studiando”. Le combinazioni. Bene. E’ un’idea. E in fase di brainstorming, le idee non vanno scartate a priori. In genere, dopo la produzione di un’idea, si lascia passare del tempo per farla sedimentare, raggrumare, consolidare affinché sia modellata e raffinata. Non ho tempo per farlo. Immerso negli onanismi mentali che oramai mi sono propri da anni, mi accorgo che il tempo è fuggito,  sono le setteetrenta e quindi debbo passare dai pensieri a forma di sbrodolature barocche a quelli simili ad un twitteraggio. Combinazioni. Come faccio?
3 – Corri, coniglio, corri.
Semplice, caro il mio stupidino. Sei talmente sommerso di acronimi e di sigle e di riferimenti a riferimenti tra falsi sorrisi e amicizie vere che hai scordato le rime. Ricordi? AABB, ABAB, ABA-BCB-CDC … Baciata, Alternata, Incatenata. Ricordi, oppure la concitata corsa coincide con cruda condotta cerebrale? Bravo, continua con i tuoi tautogrammi, l’adorazione per Umberto Eco ed il tuo onanismo mentale congenito, poi voglio proprio vedere cosa farai sul ring. Onan il Barbaro? 
Sbuffo e mi rimetto al lavoro, anzi, al piacere. Se assegno una tecnica ad una lettera posso ricordare le combinazioni semplicemente ricordando il gruppo di lettere. Ho ancora quattro caselle da riempire. Inizio con l’assegnazione nella casella numero tre.
Mawashi Geri (G)edan, Mawashi Geri (C)hudan, Gyaku (T)suki.
GCT. Lo ricorderò. Passo alla casella quattro.
(S)anbon Tsuki, Mawashi Geri (C)hudan, (M)ae Mae Geri.
SCM. Lo ricorderò. Passo alla casella cinque, mentre penso a Bartezzaghi ed al mio odio innato verso i Sudoku.
(Y)oko Geri, Mawashi Geri (G)edan , (K)ubi Zumo Hiza Geri.
YGK. Se sarò fortunato lo ricorderò. Passo alla casella numero sei, l’ultima. Non voglio scrivere una combinazione. Voglio scrivere una cosa che non potrò cancellare dalla mia memoria. 
“Lascia l’Ego fuori dal Dojo”.
Ho fatto il mio compitino, ma solo la frase nella casella numero sei mi sembra abbia un senso. Anche lontano dalle arti marziali. Piego il foglio in maniera diligente, mi preparo ad uscire. Continua ad essere nuvoloso.
Forse pioverà. 
4 – Il piegaspazio e l’inizio lezione
Piegare lo spazio (Space Folding: per chi non ha letto il ciclo di Dune, di Frank Herbert, corrisponde al viaggiare senza muoversi) dalla mia abitazione al Dojo, di Sabato mattina, mi rende leggermente euforico nonostante l’intrusione, nel piazzale antistante, di presunti Sapiens che caricano tonnellate di derrate alimentari come se il giorno dopo si trovassero catapultati nella “Strada” di Cormac McCarthy. Li ignoro, parcheggio fuori, non c’è problema. E’ un sabato speciale. Ci si allena. E si è così fortunati nel farlo! 
Penso a chi non può venire e li saluto con una pacca sulla spalla, e mi aspetto di vederli il prossimo martedì. Il corridoio davanti al Dojo inizia ad animarsi. Francesco, Alessandro, Michael, il Sensei, e via via tutti gli altri. Si entra.
Vedo con piacere più Karategi di quanto mi aspettassi per una mattinata di sabato. Ciò mi rende felice. Poi vedo il Sensei che non sta indossando il Karategi, ma i pantaloncini da K-1. Ciò non mi rende felicissimo. Il Sensei finisce di indossare il vestiario da K-1, e poi indossa l’espressione da K-1. Ciò mi rende abbastanza preoccupato.
Ci si allunga nello spazio che ci è concesso, ed il segnale del Maestro arriva dopo una breve e precisa spiegazione su contenuti e finalità della lezione.
(Riscaldamento.) 
La mia temperatura interna continua a salire fino a quando il Sensei chiama la fine della sezione e annuncia l’attività principale della giornata. Sale sul ring. Iniziano i turni di sparring leggero con i miei colleghi, i miei Senpai che ogni volta mi insegnano qualcosa di nuovo. I periodi sono scanditi da quel fetentone del Timer che incarna alla perfezione la relatività einsteiniana (il tempo del Kumite è abnormalmente lungo, quello del recupero impietosamente striminzito). Passo il mio turno con Cico e la sua calma interiore,  il turno con Cesare, che mi incita alla flessibilità ed a una corretta respirazione, il turno con Irene mentre ci aggiustiamo reciprocamente la guardia e mentre il fiato inizia a mancare, e di nuovo con Cesare mentre la lucidità inizia ad evaporare. Ho perso il conto delle campanelle. Il tempo del recupero mi sembra insufficiente, mi piego più di una volta e Cesare più di una volta mi tira su incitandomi a continuare fino alla fine, a non mollare.
Arriva un’altra campanella. Ed arriva la chiamata del Sensei.
Gabriele!
“OSU!”
5 – “Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico.”
Salgo sul ring, sembra che ci sia nebbia, e cerco di scacciarla perchè sono (ancora) consapevole che in realtà è solo dentro la mia testa. Il foglietto. Dov’è il foglietto? Dannazione.
Mi rendo conto di averlo lasciato a casa. E, soprattutto, mi rendo conto di aver dimenticato tutto.
Quali erano le combinazioni? 
YGM? 
GCM? 
Perchè non le ricordo? 
La campanella bastarda suona gongolando e pregustando lo spettacolo, ed inizia lo sparring con il Maestro.
(Kumite leggero.)
(Ancora nebbia.)
In un determinato istante credo di sentire la voce del Sensei che mi dice “mancano pochi secondi”. La campanella ha un suono triste, come se l’infame tintinnante avesse voluto suonare qualche manciata di secondi in ritardo. Il Sensei chiama la fine dello sparring, si avvicina e mi  regala un consiglio, che poi riferisce all’intero gruppo. Si passa al Mokuso, si pensa a cosa migliorare, e il Maestro ci parla, ci incoraggia, ci saluta, ci regala un appuntamento al prossimo martedì.
Cosa ho imparato oggi?
Non puoi attuare una strategia se non hai le forze per farlo. E’ tuo dovere disegnarla, ma è tuo dovere arrivare lucido al momento in cui devi metterla in pratica. Senza lucidità e calma, la tua strategia è il foglio rimasto sul tavolo della cucina. E’ lontana e poco utile.
6 – Payback

Tornando a casa, la mia biondona (Lara) mi saluta con un bacino e mi dice: “Papà, credo tu abbia scordato questo” lasciandomi nella mano il foglio regolarmente piegato. 
Sorrido. Ho scordato il foglietto, ma non la lezione di oggi.
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