Dorando.

Fa caldo, anche se sono mille chilometri a nord.
L’estate albionica preannuncia una maratona massacrante, con il caldo – implacabile – che ti pugnala il respiro e drena le tue forze, sublimandole senza fartene accorgere.
Vedo tutti i podisti intorno a me. Il sudore è come una vernice di coppale sui nostri corpi, ed è copioso ancor prima della partenza. Vicino a me c’è un altro italiano. Si chiama Umberto. Ci ignoriamo.
Non si parla molto, sembra di andare in guerra. Gli sguardi di tutti sono rivolti verso i corpi degli altri, come a carpirne segrete informazioni su resistenza, durata, disciplina.
E’ il 24 di Luglio, questo lo ricordo. Del 1908. Ci ho messo un po’ per ricordarlo, l’inizio del nuovo secolo è bellamente passato nella soffitta dei ricordi. Ma non so assolutamente che ora sia. Il sole è molto alto, ma non è mezzogiorno. Dalle ombre degli atleti, sembrano le due del pomeriggio. C’è un castello, davanti a me, grigio, enorme, regale, un comando di nobili urlato contro il cielo.
La tensione sale. Capisco che ci siamo. Vedo una donna in ghingheri che si avvicina a noi, scortata da quattro guardie. Parlotta con i giudici. I muscoli iniziano a stringersi, i volti si scavano, l’uomo inizia ad uscire dal corpo, per far posto all’animale.
Sento un grido. Si parte. La massa scatta. Un respiro asincrono fatto di sudore, fiato, polvere, passi pensanti. Sono in mezzo al gruppo, non riesco a vedere la testa della corsa, ma cerco di non preoccuparmi. Bisognerà risparmiare energie, la gara sarà lunga e densa.
La mandria dei corridori rimane compatta, anche se inizio a sentire i primi respiri affannati intorno a me. Non ho modo di sapere da quanto stiamo correndo, le mie gambe dicono da circa un’ora. Ho un fazzoletto in tasca, bianco, regalato da un amico nella mia Correggio. Lo estraggo dalla tasca, e mentre corro ne faccio un copricapo calandolo sulla testa. Mi aiuterà a sopportare i raggi del sole. Che è un democratico. Ci colpisce tutti, impietosamente.
Il gruppo si è allungato, inizio a sentire la fatica. Le gambe sono pesanti, come al termine del più lungo allenamento effettuato quest’anno. Significa che sono nei tre quarti di gara.  Credo di essere tra i primi, forse in terza o quarta posizione. Avrei voglia di bere acqua, e di chiedere informazioni su chi mi precede, ma ho troppa paura di non ripartire. Devo continuare. Forse è proprio vero quello che mi raccontava Pagliani, è meglio stare da soli quando si corre. Si risparmia fiato, si risparmiano pensieri, anche quelli costano fatica.
Ho capito che quello davanti a me è in crisi, e aumento il passo. Il corpo si ribella, ma non posso fare altro, devo sfruttare l’occasione. Vincere è anche cogliere il momento. Credo che manchi poco all’arrivo, devo fare presto. Spingo sulle gambe più forte, e dopo una curva con un albero che ricorda quello della mia casa riesco a scorgere il mio avversario. E’ biondo, e sembra camminare zoppicando. Forse zoppico anch’io, ma riesco a passarlo. Ed è l’ultima sensazione chiara che  conservo della mia corsa. I lati del percorso diventano bui, mi accorgo di mani che indicano un ingresso molto grande. Ma il buio inghiotte l’immagine, e non vedo più nulla.
Qualcuno mi sostiene, e mi parla, ed io non capisco, e non potrei comunque comprendere i suoni che mi circondano. I tonfi del cuore suonano come tamburi nella mia testa, e ad ogni colpo è dolore. Continuo a camminare. Non so dove mi trovo. 
Cado. 
Buio. 
Vengo rialzato, in tempo per vomitare. 
Cado di nuovo, la terra mi riempie la bocca. E non riesco a rialzarmi.
Riapro gli occhi, sono in una barella. Mi dicono che sono arrivato primo, ma non ho vinto. Non sono sicuro di capire. Chiudo gli occhi, mi fanno male. Qualcuno mi sfiora un fazzoletto bagnato sulle labbra. E le poche gocce che escono sembrano la stessa vita.
Il mio nome è Dorando Pietri. Sono un podista. Lavoro in una pasticceria a Carpi, e mi piace correre. Sono tutti così gentili con me. Mi domando il perché. In fondo, non ho vinto, ha vinto un americano. Ma correrò di nuovo. E gliela farò vedere.
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