Honor Thy Father

Figli miei, lasciate che vi racconti di mio padre.
Mio padre era un uomo enorme.
Caracollavo con le mie scarpette da infante inizio anni sessanta, e camminando per la casa mi trovavo davanti un omone che aveva tutto in proporzione. Le mani erano due badili da cantiere, i piedi due portaerei, ed il cappello era grande come una cesta natalizia. Gigantesco, faceva talmente tanta ombra che d’estate non avevo bisogno dell’ombrellone e del cappellino.
Quando parlava era il tuono senza il lampo premonitore. Un suo avvertimento sonoro faceva tremare i pavimenti e spostare i mobili, dando dei continui grattacapi alla mamma che in pochi secondi rimetteva tutte le cose al loro posto. 
Crescevo, ma lui rimaneva un titano.
A scuola andavo mediamente bene, qualche problema con i numeri e qualche soddisfazione con le parole. L’unico tema delle elementari dove fui preso in giro riguardava proprio il mio papà: gli attribuivo un’altezza di sei metri, e quella frase fu vergata in rosso dalla maestra, con due punti interrogativi appaiati. Non riuscii mai a capire il perché di quella correzione: mio padre era alto sei metri.
Crescevo, e lui rimaneva alto come una montagna.
Lo vedevo che usciva prima di me, la mattina. Alle volte con gli occhiali da sole, alle volte con il cappello, con l’aria di chi va a sfidare il mondo. Una volta andai a trovarlo al lavoro: aveva una divisa, e credo – in quell’occasione – di aver visto l’uomo più bello del mondo. Non era solo alto, era anche elegante, ed indossava una specie di medaglia che sembrava d’oro massiccio. Per me era un ufficiale vestito in nero ed oro, e volevo essere lui.
Crescevo velocemente, e mi avvicinavo rimanendo comunque più basso.
L’adolescenza scacciò il bambino che era in me, e lo sostituì con un altro, meno simpatico.
Lui mi guardava, cercava di darmi consigli, suggerimenti e scorciatoie. Io non potevo ascoltare, ero troppo preso da pensieri che riguardavano solo me, e nessun altro.
La fase egotista durò per un po’. Lui era sempre lì.
Crescevo ancora. Divenni padre. Un certo numero di volte.
E, pian piano, capii il senso di molte frasi che ritornavano dal passato, come un riverbero di voce proveniente da qualche parte, che rimbalza nella tua testa e che stimola e fa scaturire altri ricordi, ed altre frasi.
Ora sono – tecnicamente – adulto. Verso i cinquanta. Ho la fortuna di avere voi, figli miei. Una bella famiglia. Ho la fortuna di praticare una disciplina dura. Ho la fortuna di praticare sport, di praticare la riproduzione musicale non meccanica, di avere alti e bassi e di essere nato e cresciuto in un luogo dove queste fortune sono possibili.
E, soprattutto, ho la fortuna di poterlo incontrare, e di potergli dire le uniche tre parole che – forse –  possono scalfire una montagna di granito come lui, ricordandogli che qualsiasi poesia, racconto, giocattolo, cadeau, non potranno mai descrivere quel che si prova per il proprio papà.

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