Kumite!

I pensieri prima del Kumite – l’arte dello sparring, del gareggiare con un avversario secondo regole e codici ben precisi – sono veloci e si intrecciano come nodi. Alle volte è anche difficile districarli, a causa della tensione.
Pensi alla strategia. Capire chi hai davanti in pochi secondi, ed adattare il tuo stile, il tuo carattere, la tua verve e le tue tecniche in base alle caratteristiche dell’altro. Ricordalo, ti servirà.
E poi pensi all’alfabeto: le lettere (i Kihon), le combinazioni che corrispondono a sillabe (i Renraku), e la capacità di pronunciare delle frasi (la strategia – di nuovo – che fa da collante tra te e la voglia di superarti). Ricordalo, ti servirà.
E poi pensi all’imprevisto: non farti mai, mai, MAI prendere di sorpresa. La sorpresa appiattisce per un solo istante la tua resistenza, ed in quell’istante può succedere di tutto. La sorpresa è inevitabile in un Kumite, e quindi tienila sempre presente. Ricordalo, ti servirà.
E poi pensi al riscaldamento: né troppo né poco (sarò riuscito a riscaldarmi correttamente?), lasciando andare il corpo per risvegliarlo e renderlo consapevolmente pronto al Kumite. Ricordalo, ti servirà.
Il rito del Kumite inizia, marziale, rigoroso eppure coinvolgente: l’atmosfera del Dojo si polarizza verso il ring, il cuore inizia a battere un po’ di più, il Sensei ripete le regole per i tre livelli (prima, seconda, terza serie), ed inizia a chiamare. Le conversazioni tra gli studenti si riducono a pochi e rispettosi bisbiglii che ruotano attorno ad un clima di incoraggiamento (ganbatte kudasai – fai del tuo meglio, coraggio!). I nomi degli studenti vengono chiamati in una sequenza veloce, il pochissimo tempo tra uno sparring e l’altro ci ricorda che stiamo studiando – in ogni caso – una disciplina marziale.
“Gabriele”.
Sono chiamato sul ring. Controllo velocemente le protezioni e salgo su una scaletta che sembra progettata da M.C. Escher, tendo le corde, entro e mi presento con il saluto ed un “OSU!”. L’arbitro (il Sensei) ordina i saluti e le posizioni in giapponese, correggendo anche errori di postura. In quel preciso istante il cuore inizia a battere forte. Forse è Lui che si riaffaccia, ma stavolta lo so. Lo so. Sorrido, e reprimendo il sorriso ordino al cuore di battere un po’ meno, ringraziandolo comunque dell’ottimo lavoro effettuato finora e pregandolo di continuare a farlo per almeno qualche decennio. Il cuore sbuffa, alza gli occhi al cielo (che rompiscatole, questo) ma alla fine esegue il comando, rallenta quel tanto che basta ad evitare fastidiosi colpi di tamburo vicino le tempie,  e mi lascia il corpo piacevolmente teso. E, al verbo di inizio pronunciato dal SenseiArbitro, il Kumite ha inizio.
Cerco di essere mobile, di non rimanere neanche un femtosecondo nella stessa posizione, e voglio ruotare, in continuazione. Ci scambiamo tecniche di pugno, di calcio, e qualche combinazione. Il tempo scorre a due dimensioni (strano, per la quarta dimensione, no?). In un senso, tutto è rallentato. Nell’altro, tutto è troppo veloce. E i due sensi non si incontrano mai. Uso qualche tecnica gedan, preceduta da combinazioni Oi-tsuki e Gyaku-tsuki. Accenno ad un Sanbon-tsuki.  Prendo qualche gedan anch’io, e cerco di assorbire le tecniche di pugno. Penso ad un sabaki, ma non riesco neanche ad accennarlo, ed il pensiero mi costa un’altra combinazione incassata. Continuo a girare, è meglio non stare fermi, saltellando e ruotando (almeno così percepisco) attorno al fulcro costituito dal compagno di sparring. Cerco di spingere il compagno di sparring verso l’angolo continuando con le tecniche di pugno. Insisto con Oi-tsuki e Gyaku-tsuki. Il match viene fermato. Provo qualche mae-geri, forse uno di troppo, ed il mio temporaneo avversario intuisce l’inutile ripetizione afferandomi la gamba e cercando di farmi cadere per finalizzare e guadagnare qualche decimo di punto. E in effetti cado ma non completamente. Non riesco a capire quanti secondi sono passati dall’inizio, ma intuisco che la mia semicaduta non ha inficiato il punteggio. Continuiamo qualche scambio ravvicinato, fino al comando del SenseiArbitro che decreta la fine del match.
Il Sensei pronuncia tre o quattro comandi in equivalente Katakana (カタカナ) e, guardando gli arbitri ad ogni lato del ring, da il suo responso. Non ho capito se ho vinto. Ma sorrido. Ho affrontato un kumite – e, soprattutto, ho affrontato Lui. E mi sento vivo. Sono vivo. Mi viene da urlare a tutto il mondo: SONO VIVO!
Almeno fino al prossimo Kumite.
Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s