Le cose che imparerò

Un altro anno accademo è cominciato.
Immagino me stesso come un bambino di terza elementare, che affronta una disciplina molto più grande di lui, pur non avendo la stessa capacità di progressione cognitiva e di apprendimento. 
Gabbabimbo ha il grembiule blu ed il fiocco bianco, Gabbadulto è vestito pressappoco al contrario.
Gabbabimbo non parla molto, è timido e scrive. Gabbadulto non parla molto, continua ad essere riservato e ha molto meno tempo per scrivere.
Gabbabimbo vuole diventare astronauta (eh si). Gabbaadulto vorrebbe diventare un buon karateka.
Lo studio del Karate inizia dalla cintura nera, e quindi il gradiente di difficoltà dei due obiettivi è più o meno equivalente.
Vorrei scrivere una lista delle cose che ho imparato, durante questi ultimi tre anni, e mentre scorro – mentalmente – l’elenco di concetti, volti, sguardi, ricordi ed occasioni colte e perdute mi rendo conto di mezzosorridere per ogni argomento che vorrei traslare su carta (virtuale). 
Inizio a scrivere.
Le cose che ho imparato sono tante, e profonde. Mi hanno cambiato. E per questo, non sarò mai abbastanza grato al Dispensatore di Passione (il Sensei) chiedendo in cambio pochissime cose: disciplina, impegno, coraggio e continuità. 
Mi fermo.
Cancello il tutto. 
Penso alle cose che ancora devo approfondire, ed è un colpo allo stomaco. Sono tante, troppe, ancora più profonde, che promettono di lasciare segni oltremodo permanenti.
Guarda sempre avanti, dice sempre SergioPapà, la vita è breve e non c’è tempo di fermarsi a lucidare i trofei che hai conquistato. Insomma, se ti fermi a rimirar quel che hai fatto finora qualcuno ti passerà avanti e prenderà il tuo posto. Forse è vero.
Farò questo, allora: guarderò avanti e con la coda dell’occhio (ma solo un attimo, senza abbassare la guardia) mi accerterò che quello che ho imparato finora non vada perduto. Spero che SergioPapà e il Sensei approvino. 
In fondo, tre anni di Karate sono passati come un battito di colibrí, quasi tutto fosse stato un sogno, a cui non riesco ancora a credere. Dovevo durare un giorno, ho iniziato il quarto anno. E’ uno strano mondo.
Ho sete. Mi alzo dalla sedia per bere un bicchier d’acqua, e le fitte alle gambe mi ricordano che invece è successo davvero. 

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