Strani incontri

Mi alzo, con la schiena dolorante, as usual.
Ieri notte è stata una notte strana, fatta di strani sogni e, nei sogni, di strani incontri.
Gli incontri denominabili come strani possono accadere in ascensore mentre ci si guarda le scarpe, in fila al supermercato mentre si guardano le scarpe degli altri, sulla scala per accedere all’aeromobile mentre si osserva il giusto accoppiamento scarpa-gradino, in una cella di detenzione dove le scarpe te le hanno tolte, all’autogrill del Gragno Ricordo Abissale dove vendono quasi tutta la paccottiglia disponibile sul mercato AfterChina men che le scarpe. Quante persone abbiamo incontrato, nei posti meno indicati, sorprese a rivelare inaspettati orientamenti  eugenetisti mengeliani o neofondamentalisti comunardi sanculottidi.
Nulla di tutto questo.

Mi sono sempre vantato di avere una memoria da pesce rosso, di avere un senso dell’oblio sviluppato come l’olfatto dei bassi vertebrati e di nascondere la polvere dei ricordi sotto il tappeto del quotidiano, ma il sogno di stanotte me lo ricorderò per un bel po’.
Apro gli occhi nel buio, come quasi sempre mi succede, i miei occhi si girano verso il contatempo che, con calcolo mentale, dovrebbe segnare le 0306. Le tre e sei. L’ora in cui la fase REM (Russo, E Moltissimo) si spegne improvvisamente per lasciar spazio alle vecchie ferite che fanno un po’ male e quelle nuove che ne faranno nel prossimo futuro. L’ora in cui le persone che non ci sono più riempiono il silenzio di vuoti assordanti. L’ora in cui è troppo presto per alzarsi e mettersi a lavorare e troppo tardi per moviolare fino alla nausea quella scena del film che l’anno scorso ti è piaciuto così tanto. L’ora del prestotardi.

Giro gli occhi, ma non vedo le magiche cifre del notturno sgomento. Il segnaorario è muto come un conto in banca verso il 22 del mese. Il 0306 non appare, come fosse un bus nella pluribenservita città di Roma oltre il Gragno Ricordo. Batteria scarica? Un blackout? Un tiro mancino del delinquente di sotto? Uno sgarbo del Fred-troglodita-Flintstone che mi abita caciaronamente sul soffitto?
Le creative possibilità della scomparsa dei numeri magici spazzano le residue vestigia del REM e rimango fermo come un ciliato, ringraziando le superne entità di aver ritardato l’estate e la conseguente diminuzione dei gas necessari alla vita sulla terra.
Tack.
L’armadio si lamenta, il legno di cui sembra essere composto vorrebbe tornare alla sua viva forma originale. Ogni tanto capita.
Tack.
C’è qualcosa che non va. L’armadio si lamenta una sola volta per notte. Mi accorgo che le luci dei lampioni non filtra attraverso i mâchicoulis delle persiane. E’ buio pesto, io mi sento pesto, e lesto m’arresto, in attesa di un altro segnale.
Tack. Tack. Tack.
Una lucina si accende sopra lo stipite del Dolent’Armadio.
Che bello, una lucciola. Credevo fossero estinte. Prima di riuscire ad esclamare il mio stupore, la lucciola inizia a muoversi e disegna una serie di figure geometriche, che non riesco a riconoscere, fino a che il tracciato si compone di un segno, una pulsazione, poi un altro segno più lungo, poi un’altra pulsazione e così via, che riesco a riconoscere: è la costellazione di Orione, con tanto di Betelgeuse sopra, Rigel sotto, e una bella cintura di Hermes in acciaio proprio al centro.
La lucciola vuole comunicare con me!
Mi giro di nuovo verso l’elettrica clessidra, che continua a non marcare i momenti che passano.
Torno alla lucina. Caspita, è più grande. Riesco a intravedere testa, gambe e braccia. Una lucciola antropomorfa. Sapevo di non dover mangiare quel risotto ai funghi già cucinato, chissà cosa ci hanno messo.

“¡oɐıɔ”. Mi sorride. “¿ıɔsouoɔıɹ ıɯ uou ‘ǝloɹɐd ǝllǝp ɐuıʇɐɟ ɐl ouos ˙ɐloıɔɔnl ɐun ouos uou”.
Guardo meglio.
“˙ɐʇloʌ ıuƃo ıʌǝpıɹɹos ıɯ ǝ ‘ossǝds ǝɹɐʌoɹʇ ɐ oʌıuǝʌ ıʇ odɯǝʇ un ǝɹnddǝ”
Continuo a non capire. Mi schiarisco la gola, e provo a parlarle. “Lucina, non capisco ciò che dici”.
“˙oıɹɐɹʇuoɔ lɐ ǝɹɐsuǝd ɐ ɐʌoɹd ˙ɐlɹıd”.

Intuisco qualcosa, forse non sono più le 0306 e forse devo sforzarmi di guardare la situazione da un altro punto di vista. Provo a mettere in pratica un consiglio di nonno Alberto, sotterro la logica e riesumo l’immaginazione.

Finalmente. Bravo!“.
Sobbalzo. Riesco a capire. I contorni della Lucina sono più nitidi, sembra Campanellino con un vestito al neon e costose ballerine di Dulce Y Gabana.

Pirla. Non sono Campanellino, sono la Fatina delle Parole, non sono vestita di neon e le ballerine le ho ordinate su eBay perché costano meno. E, sì, non c’è bisogno di parlarmi. Alla Fatina delle Parole non servono le parole“, e facendomi l’occhietto svolazza sulla destra, dove atterra leggiadra mettendosi seduta su una piega del lenzuolo.

“Piacere di fare la tua conoscenza”, penso.
Gabba, Gabba, Gabba (in tono decrescente). Come ti ho già detto, ti venivo a trovare spesso. Mi picca il tuo non riconoscermi, dovrei sentirmi mortalmente offesa”.
“Ti chiedo scusa, ma non ci siamo mai visti prima. Non frequento Fatine e, a dir la verità, non frequento molto anche gli umani. Non frequento e basta.”

La Fatina ora è diventata una darkettona total-black, a metà tra Lisbeth Salander e Malefica.
Gabba, Gabba, Gabba (in tono lugubre, ma impostato). Un tempo ti venivo a trovare ad ogni pagina bianca, in ogni bigliettino d’auguri da scrivere, nei componimenti che si avvicendavano nella tua testa. Ogni volta che avevi bisogno di me, io ero lì. Mi volevi bene, e io ti aiutavo senza chiederti nulla in cambio. Ti suggerivo rime e allegorie, epanadiplosi e anafore, metafore e metonimie. 
Prima di incontrarmi sapevi a malapena scrivere una rima baciata. Ti ho suggerito tutto io, ti ho costruito io, senza di me saresti l’Alberoni della poesia. E mi tratti così?”
“E io che pensavo di far conto solo sulle mie forze” le dico (pensando) in maniera ironica.

La Fatina ora è diventata una platinata spogliarellista ucraina, forte di seno, poco vestita e risvegliatrice di antichi e soppressi ricordi.
“Gabba, Gabba, Gabba (in tono slavo).  Ogni volta che una pagina bianca rimane tale, qualche formula magica perde la sua efficacia. Ogni volta che pensi sia inutile scrivere, scordi una parola importante, che non riesci più a richiamare. Ogni volta che non riesci a combattere la nebbia che sembra impedirti di fare quel che sei nato per fare, io non posso venire a trovarti. Ogni volta che ti abbandoni alla tristezza della sera…”
“Una Fatina muore.” la interrompo cercando di suonare dissacrante.

La Fatina ora è diventata una ragazza coatta del 146 (Mombasiglio – Pineta Sacchetti), si avvicina svolazzando, mi dice:
Stronzo!
rifilandomi una cinquina da antologia in faccia. Poi, sculettando, aleggia diagonalmente mutando di luminosità, lasciandomi un:
“˙˙˙oʇʇǝp oɥ ıʇ ǝɥɔ lǝnb ıʇɐpɹoɔıɹ ǝ”
prima di scomparire.

Oramai è giorno. E’ stato un sogno strano. Cattiva digestione.
Mi avvicino allo specchio. Cos’è quel segno sulla faccia?

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